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Otello Gaggi, vittima del fascismo e dello stalinismo

Pubblicato il 08-02-2016


 

 

Otello GaggiNell’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, pubblicata nel 1922 e ristampata dall’Edizione Avanti! nel 1963, è riportata una minuziosa relazione dei socialisti di San Giovanni Valdarno alla Federazione di Arezzo. Nella relazione sono descritti i fatti avvenuti il 23 e il 24 marzo 1921 nella cittadina toscana, dove un gruppo di fascisti fiorentini, «provvisti di elmetto, fucili e moschetti», devastarono la Casa del Popolo e la società corale «Vincenzo Bellini», uccisero il capostazione Salvagno e costrinsero «quasi tutti gli appartenenti ai partiti estremi … ad allontanarsi dal paese per le minacce contro di essi» (pp. 381-383). La descrizione dei fatti coincide con quella esposta nella relazione della regia procura di Arezzo, citata da Giorgio Sacchetti nella «nuova edizione riveduta e aumentata» del libro su Otello Gaggi, vittima del fascismo e dello stalinismo (BFS edizioni, Pisa 2015, pp. 104).

Nella relazione i socialisti valdarnesi fanno i nomi delle vittime (Giuseppe Bisi, Attilio Biddi, Elio Bronconi, Luigi Costereggi, Domenico Ermini, Giovacchino Lombardi, Raffele Nebbiai, Corinna e Iolanda Soldi, Giuseppe Terzo Forconi), ma non ricordano Otello Gaggi, presente negli scontri avvenuti nel bacino minerario di Castelnuovo dei Sabbioni. Il 23 marzo 1921, durante lo scontro con gli impiegati definiti «spie dei fascisti», è ucciso l’ingegnere Agostino Longhi, mentre rimane ferito gravemente il direttore Dario Raffo dello stabilimento Ferriera, dove Gaggi lavora come operaio saldatore. Il giovane non ha ancora compiuto venticinque anni (essendo nato il 6 maggio 1896), ma ha svolto un’intensa attività anarchica come antimilitarista durante la «settimana rossa», disertore nella guerra europea e antifascista all’apparire delle prime violenze squadriste. Basta il suo passato di sovversivo per essere ritenuto responsabile del delittuoso episodio, processato e condannato in contumacia a trent’anni di reclusione, tre anni di vigilanza e 165,50 lire di pena pecuniaria.

Nonostante le molte ombre sul delittuoso episodio, il ricorso in Cassazione e la solidarietà dei deputati socialisti Luigi Frontini e Tito Oro Nobili, Gaggi ripara nella libera Repubblica di San Marino per poi rifugiarsi a Odessa. Nella cittadina dell’Ucraina egli dovette rimanere ben poco, se nel novembre 1922 si trova a Baku, dove viene arrestato per avere partecipato alle lotte cospirative dei socialisti rivoluzionari del Caucaso e rinchiuso per tre anni nel carcere di Čeljabinsk. Secondo una versione più attendibile sembra invece che egli si trovi a Mosca, dove ha una relazione con una donna di nome Olga e una figlia, Tamara Silianteva Otellovna, ancora vivente nel 2014.

Gli anni trascorsi a Mosca sono divisi tra il lavoro come piazzista di libri e il ritrovo nel Club Internazionale, luogo d’incontro degli emigrati italiani. I nuovi arrivati devono compilare un apposito modulo (denominato Anketa) e fornire i propri dati anagrafici e la pregressa attività politica. Essi sono sorvegliati dai rappresentanti del PCd’I tramite due suoi fiduciari, Antonio Roasio e Domenico Ciufoli, che tengono aggiornato il modulo e lo trasmettono alla sezione quadri del Komintern e all’NKVD. La situazione di Gaggi sembra facilitata in quanto la moglie di Roasio, Dina Ermini (alias Miranda Boffa), è dello stesso paese, oltre ad essere cognata di un cugino dell’anarchico valdarnese. In realtà il successo della linea di Stalin mette in seria difficoltà Gaggi, che in una lettera all’amico Angelo Cardamone esprime giudizi poco lusinghieri sulla politica comunista, esprimendo il desiderio di voler rientrare in Italia. La lamentela di una vita di stenti, il dibattito sull’ingiusta detenzione di Francesco Ghezzi e le critiche alla linea ufficiale dell’Internazionale sono interpretati come una critica al potere dalle autorità sovietiche, che inseriscono il nome di Gaggi in una lista nera, insieme a quelli di Luigi Calligaris, Ezio Biondini, Aldo Gorelli, Gino Martelli, Emilio Guarnischelli.

Arrestato il 28 dicembre 1934, Gaggi è sottoposto a un interrogatorio e costretto ad ammettere le sue «terribili colpe», tra le quali quelle di essere vicino al gruppo trockista, diretto da Luigi Calligaris, e di aver condiviso l’opinione che «in Urss i lavoratori vivano male e che nel paese non ci sia libertà» (p. 70). Così, dopo alcuni interrogatori (9, 15 e 27 gennaio 1935) basati sulla «confessione» come elemento essenziale di colpevolezza, è condannato in un Paese stalinizzato, dove si assiste a un’avvicinamento con l’Italia mussoliniana per la valorizzazione di una fabbrica Fiat di cuscinetti a sfera. Il mito dell’operaio Alexsej Stachanov coincide con la condanna «a tre anni di confino a piede libero» di Gaggi, che è accusato anche di contatti con Felice Trojano, sospettato di attività antisovietica e ingegnere della fabbrica Dirižablestroj di Umberto Nobile. Con la medesina accusa è arrestato il 29 luglio 1937 per intraprendere l’ultimo viaggio dalla Lubjanka al Gulag senza ritorno.

Il 9 gennaio 1938 è condannato a cinque anni di carcere e trasferito poi nei campi di lavoro ubicati in diverse località sovietiche per la costruzione ferroviaria oppure per il disboscamento e la coltivazione agricola. Un anno prima di morire (1945), il caso di Otello Gaggi è sollevato da Victor Serge in una «lettera aperta» a Togliatti, che lascia insoluta la domanda sulla sorte «degli antifascisti italiani rifugiati in Urss» come Luigi Calligaris, Francesco Ghezzi e Otello Gaggi. L’invito dell’ex funzionario del Comintern, ora capo della dissidenza trockista e storico di fama internazionale, sarà raccolto alcuni dopo dal quotidiano «L’Umanità» che il 13 agosto 1949 rivolge una precisa domanda persino nel titolo: Togliatti, dove sono Ghezzi, Galli e Gaggi? Giusepe Saragat è tra i pochi ad interessarsi della sorte di Gaggi, recandosi a San Giovanni Valdarno per incontrare la sorella a casa di Giovanni Carbini, segretario amministrativo del Psdi e amico di Luigi Preti.

Solo, con l’apertura degli archivi sovietici, si riesce a conoscere la data precisa della morte di Gaggi, sopraggiunta a Sevželdorlag a causa della pellagra. Persino Dina Ermini, vedova di Roasio, è costretta ad ammettere che Gaggi «morì di stenti in un gulag», giustificando ancora le evidenti reticenze sull’operato di Togliatti e del marito, ignari della sorte degli antifascisti rifugiati in Unione Sovietica. Su iniziativa dei socialisti valdarnesi e del Circolo fratelli Rosselli la memoria di Gaggi e dei fuorusciti italiani è mantenuta viva, come prova nel 1992 l’iniziativa per la presentazione del libro «Dialoghi del terrore» di Francesco Bigazzi e di Giancarlo Lehner, quest’ultimo giornalista dell’«Avanti!» e uno degli storici più assidui a denunciare la morte dei rifiugiati politici nei gulag di Stalin.

Nunzio Dell’Erba

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Brancati e il «Corriere», un idillio tormentato

Pubblicato il 05-02-2016


 

Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati

Su iniziativa della Fondazione «Corriere della Sera» si dispone ora di una raccolta parziale degli articoli che Vitaliano Bancati inviò al giornale milanese durante la Seconda guerra mondiale. La raccolta, pubblicata per la prima volta in un agile volume intitolato Scritti per il «Corriere»1942-1943 (Milano 2015, pp. 217), esclude stranamente quelli editi tra il 1946 e il 1954, anno di morte dello scrittore siciliano. Essa è preceduta da un’introduzione di Giulio Ferroni, che non sempre riesce a padroneggiare una materia, la cui valenza storica presenta stretti rapporti con il regime fascista e il mondo della carta stampata.

Il tentativo di collaborare al «Corriere» risaliva al 1934, quando Brancati (era nato a Pachino nel 1907) brigava per essere ammesso fra gli scrittori del giornale. La sua passione letteraria, già manifestatasi nella collaborazione al «Giornale dell’Isola» e a «Il popolo di Sicilia», lo aveva spinto a cercare un aggancio con Aldo Borelli, direttore del quotidiano milanese, ma senza grande successo. Eppure Borelli conosceva l’opera giovanile Everest, il cui sostanzioso inno a Mussolini si coniugava con il ritratto che lo scrittore ventiquattrenne aveva presentato dopo un incontro con il duce su «Critica Fascista» del 1° agosto e su «Il Tevere» del 13-14 agosto del 1931: «Eccolo lì, Mussolini, con la sua giacca estiva e la sua voce cordiale e calma. In questo momento, egli si riposa di quello che è venuto a fare al mondo. Stanotte egli dormirà di un sonno certamente duro e giovanile; ma ciò che egli farà domani è sulle ginocchia del Destino».

L’elogio della sua «eccezionale e potente personalità» riempie di gioia Mussolini, che personalmente si interessa perché al giovane scrittore siano date altre collaborazioni retribuite. Così troviamo il suo nome su una miriade di riviste fasciste come «L’Italiano», «Omnibus», entrambe dirette da Leo Longanesi, ma anche sul periodico «Il Tevere», diretto dal suo conterraneo Telesio Interlandi «siciliano di Chiramonte Gulfi». Una conoscenza che risaliva al 1929, quando Brancati aveva pubblicato un articolo sul mensile «Lunario Siciliano», luogo di incontro dei siciliani attivi a Roma negli anni Trenta. Egli, che nel 1934 è caporedattore della rivista «Quadrivio», pubblica quattro anni dopo Sogno di un valzer, che segna il distacco da Interlandi e dalla sua «violenza verbale» sfociata nell’odio antisemita verso gli Ebrei con «La Difesa della Razza».

Su iniziativa del duce Brancati riceve anche cospicue somme dal Minculpop come un finanziamento specifico di 2300 lire per preparare un’antologia su Giacomo Leopardi, Pensieri sull’Italia, destinata al centenario dl 1937, ma pubblicata con altro titolo dall’editore Bompiani nel 1941. Con questa intensa e proficua attività letteraria, irrobustita dalle raccomandazioni del diplomatico catanese Filippo Anfuso, sodale e amico fraterno di Galeazzo Ciano, Brancati dovrà attendere il 1942 per cominciare la collaborazione al quotidiano milanese. Ciano, capo nel 1935 del sottosegretariato per la Stampa e propaganda, raccomandò il giovane Brancati a Borelli con una missiva del 12 giugno dello stesso anno, ora ripubblicata integralmente, là dove si dice che «trattasi di camerata meritevole di considerazione» per le sue «critiche condizioni economiche». Una menzogna, a cui era ricorso il genero di Mussolini per aiutare il giovane siciliano, che con insistenza cerca di affermarsi nel mondo letterario coevo, fatto di intrighi e di sotterfugi alimentati da una stretta connessione tra politica, corruzione e affari. Le richieste di Brancati emergono dalla lettera del 27 giugno 1935 – peraltro già nota per essere stata pubblicata nella ponderosa Storia del Corriere della Sera (1976, p. 576) di Glauco Licata – in cui egli lamenta di non «guadagnare più di seicento lire al mese» con le sue collaborazioni a «La Stampa» e al «Popolo d’Italia».

La lettura del carteggio tra Brancati e Aldo Borelli mostra la continuità delle richieste, che furono assecondate solo nel 1942 dopo il successo del romanzo Don Giovanni in Sicilia. Così, sette anni dopo la raccomandazione di Ciano e il rifiuto di Borelli, Brancati approda al «Corriere» per una collaborazione e una ricompensa di cui non è chiara l’entità, anche se in una missiva del 20 novembre 1942 egli reclama una retribuzione di mille lire come risposta all’inflazione galoppante. I diciotto articoli, usciti in quel difficile biennio, offrono uno squarcio eloquente della scrittura di Brancati», che – come si rileva in una breve e scialba recensione dedicata al volume sull’inserto settimanale del «Sette/Corriere della Sera» (5 febbraio 2016, n. 5, p. 89) – viene confinata nell’edizione del pomeriggio e non nella più prestigiosa e diffusa edizione del mattino». Tuttavia lo stile narrativo rivela una rara qualità intrisa di irridente umorismo, di paradossi del vissuto quotidiano e di acuminate punte satiriche: un intreccio tra racconto e saggistica che delinea figure di personaggi, descrive ambienti, tocca questioni culturali e alimenta la riflessione sull’evanescenza del vivere contemporaneo.

Nei tre elzeviri sui Piaceri (musica, buon senso, memoria), Brancati comincia a mutare il suo registro narrativo, che diventa via via più aderente alla realtà ed esalta la gioia di vivere attraverso il ricorso alla ragione per uscire dalla vita plumbea del vissuto fascista. La sua stagione illuministica, apprezzata vivamente da Leonardo Sciascia, si sviluppa e si allontana dal mondo dei «cretini» di stampo fascista, dalla loro retorica in camicia nera alla stregua del rifiuto che opporrà alla retorica dei comunisti, considerati vittime inconsapevoli di una subcultura propensa ad esaltare «il grande Stalin» nei primi anni Cinquanta.

Nunzio Dell’Erba

Il Mezzogiorno tra riprese e stereotipi storici

Pubblicato il 03-02-2016

La «questione meridionale» è presente nel dibattito pubblico da oltre un secolo e mezzo. Gli intellettuali hanno dato rilevanza storica nelle diverse fasi che hanno caratterizzato la storia d’Italia «secondo finalità politiche anche contraddittorie, comprendendovi una quantità di fenomeni eterogenei – economici, civili, culturali – e caricandovi sopra ogni genere di simbologia». Questo leitmotiv è presente nel recente libro La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Donzelli, Roma 2015, pp. 203) di Salvatore Lupo, che analizza il dualismo tra Nord e Sud senza cadere nei parametri tradizionali di contrapposizione tra le due aree geografiche dell’Italia contemporanea.

Critico verso alcuni filoni storici, come quelli rappresentati da Edward Banfield, Robert Putnam ed Emanuele Felice, l’autore respinge del primo la categoria del suo «familismo amorale», del secondo quella di «civicness» e del terzo l’identità tra inefficienza amministrativa e sottosviluppo meridionale. Il libro di Banfied, pubblicato in Italia nel 1961 con il titolo Una comunità del Mezzogiorno, concentra la propria ricerca in un paese della Basilicata, approdando alla conclusione che in un paese denominato Montegrano gli abitanti siano rinchiusi nel proprio nucleo familiare, senza riuscire ad esprimere rapporti di solidarietà nella comunità. Nel suo rifiuto categorico, l’autore cade così nella medesima generalizzazione del politologo americano, rappresentando tutti gli individui come animati da un medesimo sentimento altruistico nell’àmbito familare. Il libro La tradizione civica nelle regioni italiane (1993) di R. Putnam, che sottolinea l’assenza di «civicness» nelle regioni meridionali, è criticato dall’autore per la visione dicotomica, relativa alla netta contrapposizione con quelle settentrionali, dove l’esperienza dei Comuni e l’assenza del feudalesimo ha introdotto una coscienza civica. Del libro di Emanuele Felice, intitolato Perché il Sud è rimasto indietro (2013), sono respinte le posizioni dirette ad attribuire unicamente alle classi dirigenti meridionali il mancato sviluppo del Meridione.

La questione diventa così molto complessa e può ricevere un chiarimento mediante ricerche obiettive, che tengono conto anche delle positivìtà per raccogliere analisi atte a spiegare il ritardo della sua modernizzazione. Le riflessioni dei cosiddetti meridionalisti sono rilette in chiave storica, spesso in modo discontinuo, ma sempre ripresentate nel contesto politico in cui vengono elaborate nel corso della loro battaglia. Così l’introduzione del termine «dualismo» è attribuito a Giustino Fortunato che – ripreso dai socialisti Arturo Labriola e Gaetano Salvemini – assume una connotazione politica per la veemente critica al «giolittismo» e alle dottrine razziste d’ispirazione lombrosiana, volta a spiegare la questione meridionale come derivazione dell’inferiorità organica dei suoi abitanti. Da Artuto Labriola al repubblicano Napoleone Colajanni è un susseguirsi di proposte, che si intersecano con gli eventi storici della guerra di Libia e del Primo conflitto mondiale per poi essere riprese da Guido Dorso e Tommaso Fiore, entrambi fautori di una «rivoluzione meridionale», la cui necessità viene ribadita per l’eliminazione dell’«enorme privilegio economico-politico a vantaggio dei ceti industriali e bancari del Nord, in combutta con quelli assenteisti del Sud». La lettura dell’unificazione nazionale come «conquista regia» è così attribuita dall’autore a Guido Dorso, mentre in realtà essa si ritrova per la prima volta nella lettera (1858) di Mazzini a Cavour per essere poi sviluppata da Francesco Saverio Merlino, autore ignorato stranamente nel corso della disamina storica. Dall’analisi della «questione sociale» esistente nel Mezzogiorno durante l’età della «Sinistra storica», l’autore passa a trattare le controversie regionaliste sviluppatesi tra la fine del XIX secolo e quello successivo per poi sviluppare la tematica meridionalista durante l’età giolittiana fino agli albori del fascismo, attribuendo un’eccessiva valenza alle riflessioni meridionaliste di Antonio Gramsci.
Sotto il profilo economico l’autore specifica diverse fasi del divario economico, che – sebbene sia assente nei primi lustri preunitari – si definisce nella prima metà del XX secolo, diminuendo negli anni del «miracolo economico», anche per l’adozione di provvedimenti «straordinari» per lo sviluppo del Sud. L’abbandono di questi interventi ripristina un divario tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, dove si è verificato una diminuzione del Prodotto interno lordo con riflessi evidenti nella qualità della vita. Una caratteristica peculiare, il cui significato confluisce nell’evidente assioma che il «Sud è rimasto indietro (rispetto al Nord), ma nel contempo è anche andato avanti (rispetto al suo passato».

Nunzio Dell’Erba

<<Giacomo Matteotti, un riformista scomodo

Pubblicato il 26-01-2016

Il 23 settembre 1913, in vista delle elezioni politiche, Giacomo Matteotti ebbe un vivace contraddittorio con Guido Podrecca, direttore del periodico «L’Asino» e acceso anticlericale. Egli gli rimproverò in quell’occasione di porre in termini sbagliati la questione clericale, sostenendo che i socialisti lasciavano liberi i cattolici di professare la loro fede e che essi dovevano battersi per obiettivi immediati come la riduzione delle spese militari e la corsa al colonialismo. L’episodio, riportato su «La Lotta» di Rovigo (27 settembre 1913), è ricordato nel recente libro Giacomo Matteotti eroe socialista (Agra, Roma 2014, p. 32) di Maurizio Degl’Innocenti.

Preceduto da una breve prefazione di Pierluigi Bertinelli, Presidente della Fondazione Argentina Altobelli, il libro ricostruisce la vicenda umana e politica di Giacomo Matteotti, dall’iniziale adesione al socialismo fino all’opposizione contro la guerra e il fascismo. Esso ricorda l’influenza del fratello Matteo, che – prima della morte avvenuta nel 1909 – influenzò il fratello ad abbracciare l’ideale socialista, infondendogli anche la passione per lo studio e la ricerca scientifica. Nella sua tesi di laurea, pubblicata con il titolo La recidiva nel 1910, il giovane Matteotti gli dedica parole commosse: «Alla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine, e non potè veederne il compimento».

Diventato militante socialista nei primi anni del Novecento, Matteotti s’impegnò attivamente nella costituzione di circoli, cooperative agricole e di leghe nel Polesine con lo scopo precipuo di risollevare le misere condizioni dei contadini, sfruttati da un padronato ingordo e colpiti dalla malaria per la cattiva nutrizione. La sua formazione culturale e l’esperienza politica maturarono a stretto contatto con i contadini, ai quali non fece mancare una propria assistenza giuridica, difendendo le loro rivendicazioni sociali nel consiglio comunale e provinciale. In questo ruolo Matteotti (fu sindaco di Villamarzana e di Boara Polesine) si distinse per un aiuto concreto alle popolazioni locali con il riordino della scuola primaria, la creazione di biblioteche, di strade, di comunicazioni tranviarie, fluviali e telefoniche. Sulla grave questione scolastica l’autore scrive pagine interessanti, sottolineando come Matteotti profuse un impegno continuo e assiduo a favore della scuola primaria e delle strutture educative di sostegno. Egli professò una visione laica della politica, ma non si oppose all’insegnamento della religione nella scuola: una scelta che doveva avvenire senza pressioni esterne, nè da parte dei cattolici né dei massoni, entrambi rinchiusi in uno schematismo totalizzante della società. La sua laicità fu infatti connessa alla libertà di insegnamento e utilizzata come sostegno alla scelta autonoma dei genitori. Come amministratore e membro del Consiglio scolastico, eletto nel 1915, Matteotti svolse un’intensa attività sociale con mostre ed elargizioni personali. Nel trigesimo anniversario della morte del fratello Matteo, egli erogò una cospicua somma per la costruzione di un fabbricato destinato alle scuole elementari e all’asilo infantile (p. 48). Un prova emblematica, che serve a smontare il collage di menzogne contenute nel raffazzonato volume Matteotti senza aureola, volume primo: il politico (Aracne, Roma 2105) di Enrico Tiozzo, che considera il socialista veneto «scioperato» e «sfaccendato», intento solo a soddisfare il suo egoismo personale, scrivendo: «Se si fosse dedicato di più alla beneficenza e meno alla politica, avrebbe probabilmente onorato meglio la sua missione» (p. 266). Proprio come amministratore e deputato, egli considerò sempre l’istituzione politica come bene collettivo «deputato all’esercizio della libertà» (p. 46).

In quest’àmbito Degl’Innocenti considera il socialista veneto un sincero riformista, animato da un vivo senso di giustizia e da una visione etica della politica. Inteso come ricerca di sviluppo economico e premessa di mutamento sociale, l’agire politico era considerato con una «valenza positiva» e improntato al rispetto dell’avversario e al rifiuto di ogni forma d’intolleranza. Questo leitmotiv spinse Matteotti a combattere la retorica estremistica e ad assumere un atteggiamento critico verso il sindacalismo rivoluzionario, animato nel Polesine da Vittorio Frassinelli e da Dante Gallani. Senza trascurare la rappresentanza politica nei comuni rurali, egli collaborò alla stampa democratica e socialista («L’Avanti!», «Critica Sociale», «Il Comune moderno»), acquisendo una consolidata autorevolezza, che gli permise di di diventare una personalità politica nazionale.

Nel 1911-12 egli si oppose così alla guerra di Libia, ma criticò la posizione filotripolina di Leonida Bissolati, di Ivanoe Bonomi e di Guido Podrecca, senza risparmiare Benito Mussolini, proclamatosi campione dell’intransigentismo rivoluzionario per assumere la direzione dell’«Avanti!». La distanza da Mussolini e la tenace opposizione contro la Grande Guerra era una dimostrazione della lungimiranza politica di Matteotti, che intuì il voltafaccia del futuro duce, passato da un iniziale neutralismo all’interventismo per il sostegno finanziario dell’Ambasciata francese e di Filippo Naldi, direttore del «Resto del Carlino» e portavoce degli ambienti finanziari favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia. Anche dopo l’intervento Matteotti ribadì la propria condanna contro quella orribile carneficina che gli causò la denuncia di «disfattismo».

Come deputato, eletto nel 1919 per il collegio di Ferrara-Rovigo e confermato nel 1921 e 1924, Matteotti «partecipò assiduamente ai lavori del Gruppo parlamentare» e fu correlatore sulla crisi economica al XVIII Congresso nazionale del Psi (12 ottobre 1921), durante il quale esordì dicendo di parlare «anche per quelli ai quali la violenza fascista aveva impedito di intervenire». Quel discorso premonitore, basato su una denuncia precisa della natura violenta del fascismo, fu continuato con grande tensione morale alla Camera, dove il 30 maggio 1924 rivolse una accusa precisa al dittatore che personificava il sistema politico italiano, inaugurava la fine del Parlamento come istituto rappresentativo e restringeva ogni spazio di agibilità politica. Una denuncia che provocò la sua morte il 10 giugno dello stesso anno, trasformando il segretario del Psu in un «martire» antifascista e nel simbolo della riscossa democratica.

Nunzio Dell’Erba

 

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